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Artificial muscle cross-section:
laminin (green)
Myosin (red)
Dapi (blue)Neuromuscular plaque in
artificial muscle section:
neurofilament (green)
bungarotoxin (red) -
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Lab. of Neurochemistry
Studio dei meccanismi
molecolari delle malattie
neurodegenerative -
Anemone apennina
Monti SimbruiniFoto di Letizia Zanella -
Studio delle comunità
di batterioplankton nella
Riserva Naturale Regionale
Macchiatonda -
Astrobiologia e biologia
molecolare di......cianobatteri di
ambienti estremi -
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Il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” orienta la sua missione formativa e di ricerca su tematiche all’avanguardia degli studi sulla vita in tutti i suoi livelli di organizzazione e varietà. Le diverse aree di ricerca concorrono a sviluppare una piattaforma multidisciplinare su temi quali: i meccanismi molecolari delle malattie neurodegenerative, la regolazione dei processi di cancerogenesi; la caratterizzazione di molecole di origine vegetale ed animale; la valutazione delle comunità ecologiche e il monitoraggio ambientale.
Regolamento Dipartimento di Biologia DR 3756 del 06.12.2012
XNew York Times – Wednesday, January 8, 2014 - james gorman
Undertaking thousands of hours of work, researchers are working to create an interactive database of a healthy brain’s structure and activity, the first of its kind.
ST. LOUIS — Deanna Barch talks fast, as if she doesn’t want to waste any time getting to the task at hand, which is substantial. She is one of the researchers here at Washington University working on the first interactive wiring diagram of the living, working human brain. … http://www.nytimes.com/2014/01/07/science/the-brain-in-exquisite-detail.html?ref=science
A Search for Self in a Brain Scan
I always felt that my “self” sat somewhere behind my eyes and between my ears, so I couldn’t shake the sense that there would be something special in seeing my brain.
http://www.nytimes.com/2014/01/07/science/a-search-for-self-in-a-brain-scan.html?ref=science
Cervello: arriva la “mappa” interattiva” -La Stampa.it – tuttoscienze 8/1/2014
Una sorta di “google map” della materia grigia umana, forse capace un giorno di aiutare a comprendere le disfunzioni di connettività
…
L’iniziativa,a cui il New York Times ha dedicato un vasto reportage, è già avviata a pieno ritmo con 500 volontari che si sono già sottoposti a batterie di test: dalle analisi di risonanza magnetica per “scattare” immagini del cervello mentre i partecipanti compiono una serie di funzioni mentali o fisiche, a test psicologici e cognitivi.
Anima della ricerca che va sotto il nome di “Human Connectome Project” sponsorizzato dall’Istituto nazionale della salute Usa, e la psico-neurologa della Washington University Deanna Barch: «ciò che speriamo questo studio riveli è se le differenze nei comportamenti, nei pensieri, nelle esperienze degli esseri umani sono da ricollegarsi a diversità di “connessioni” all’interno del cervello».
Il progetto, a cui collaborano anche le università del Minnesota, di Oxford, di Harvard, della California nonché il Massachussets general hospita, prevede la creazione di una banca-dati di base sulla struttura e le attività di un cervello sano. Una mappa interattiva disponibile online per tutti.
Focus.it – 8/1/2014 – elisabetta intini
Identificato il meccanismo molecolare che permette alle piante di scegliere di destinare tutte le risorse disponibili nell’accrescimento, ignorando gli attacchi dei patogeni.
In base allo studio pubblicato sulla rivista eLife (http://elife.elifesciences.org/content/2/e00983 ) e condotto dai ricercatori della Sainsbury Laboratory (Regno Unito) e del Max Planck Institute for Plant Breeding Research (Germania), responsabile della “decisione” delle piante a favore della crescita sarebbe una specifica proteina, la BZR1. [...]
La proteina in questione controllerebbe l’attività dei geni legati al funzionamento del sistema immunitario dei vegetali; la sua attivazione inoltre sopprimerebbe il segnale immunitario dei brassinosteroidi, … http://www.focus.it/ambiente/natura/crescere-o-difendersi-questo-e-il-problema_C12.aspx
Jan
Le Scienze.it – 7/1/2014
Un ettaro di foresta tropicale può ospitare lo stesso numero di specie vegetali di un intero continente alle latitudini temperate. All’origine di questa enorme differenziazione sarebbero i parassiti, il cui sviluppo è favorito dal clima caldo umido, che ha portato a una proliferazione delle difese da parte delle piante e innescato una specie di corsa agli armamenti che ha favorito i processi di speciazione
… E’ questa l’ipotesi avanzata da Phyllis D. Coley e Thomas A. Kursa – rispettivamente dell’Università dello Utah a Salt Lake City e dello Smithsonian Tropical Research Institute a Panama City – in un articolo di commento pubblicato su “Science” ( http://www.sciencemag.org/content/343/6166/35 )
Jan
La Stampa.it – 7/1/2014 - silvia bencivelli
Gli oceani assorbono la CO2 e la trattengono nelle loro profondità, ma sono un ingranaggio fondamentale per gli equilibri dell’atmosfera. La conseguenza è che stanno diventando più acidi. E che la vita di interi ecosistemi marini è gravemente a rischio
[...]
Ne parla l’Ipcc (Intergovernamental Panel for Climate Change) nel suo ultimo rapporto e ne parlano diverse pubblicazioni scientifiche recenti.
Ma l’acidificazione degli oceani non è una novità, anzi: “è una delle poche certezze che abbiamo sui meccanismi complessi dei cambiamenti climatici, perché dietro c’è una chimica facile facile”, spiega Marcello Vichi, oceanografo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) di Bologna. Chimica facile: la CO2 si scioglie in acqua e forma un sale (il carbonato di calcio) liberando uno ione idrogeno, che determina l’acidità dell’acqua. Ma questo significa anche che quanta più CO2 c’è nell’aria (e c’è, ricordiamolo, perché ce la buttiamo noi), tanto più il pH dei mari diventa acido. Finché la CO2 era entro certi limiti, cioè prima che avessimo cominciato a produrla con la combustione di petrolio e affini, non era un problema, anzi: “il carbonato di calcio viene usato da crostacei e coralli per costruirsi il guscio e lo ione idrogeno è stato sempre tamponato in modo che i mari potessero avere più o meno sempre lo stesso pH”. Adesso invece, due secoli e passa dopo l’inizio dell’industrializzazione del pianeta, la storia è diversa. “Gli oceani – prosegue Vichi – hanno già assorbito il 30% della anidride carbonica che abbiamo prodotto fino a oggi: questo ha già comportato una variazione del pH ben misurabile.[...]
La questione è tanto complessa che c’è chi sta cominciando a dire che l’acidificazione dei mari può a sua volta diventare concausa del sovrariscaldamento del pianeta: un articolo pubblicato su Nature Climate Change da ricercatori americani, tedeschi e inglesi ( http://www.nature.com/nclimate/journal/v3/n2/full/nclimate1680.html ), per esempio, ipotizza che l’abbassamento del pH possa modificare il rilascio da parte dell’acqua marina di solfuri. … http://www.lastampa.it/2014/01/07/scienza/ambiente/inchiesta/clima-cresce-lallarme-per-lacidificazione-degli-oceani-sbZ6my9NgClNnyLOeLhBaK/pagina.html
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